Fascicolo 28 | 2025

I Quaderni di Scienze Politiche, la cui pubblicazione è iniziata nel 2011 sotto la denominazione di Quaderni del Dipartimento di Scienze Politiche, si ispirano ad una tradizione scientifi ca interdisciplinare orientata allo studio dei fenomeni politici nelle loro espressioni istituzionali e organizzative a livello internazionale e, in un’ottica comparatistica, anche all’interno agli Stati. Essi sono promossi dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, costituito nel 1983 e interprete fedele della tradizione dell’Ateneo.
Massimo de Leonardis, Introduzione
Abstract – All the essays included in this issue of the Quaderni deal with international problems, considered either from an historical perspective or according to the categories of political science. The first article considers the role of Italy during the preparatory phases of the Conference on Cooperation and Security in Europe. Then the focus is on the opening, in the early 1970s, of China to international trade with the United Kingdom and the United States. Two essays present interesting reflections on the new “international order” which might be the outcome of current international events, first of all the war between Russia and Ukraine. The current international scenario is the object of the two final essays, one focusing on some countries of the post-Soviet world, the other on the possible negative impact of the media on the shaping of public opinions.
Keywords: China, international order, OSCE, post-Soviet world
Abstract – This article examines Italy’s political, diplomatic, and intellectual contribution to the long negotiation process that led to the Conference on Security and Cooperation in Europe (CSCE), from the first Soviet proposals in 1954 to the opening of the preparatory talks in Helsinki in 1972. It explores how Italy’s position evolved from strict Atlantic alignment to a more autonomous and constructive engagement in the European security dialogue. The analysis focuses on the roles of leading figures such as Fanfani, Moro, and Nenni, on parliamentary debates, and on the reflections of the Italian press and foreign policy community. It also discusses how Italy promoted key Western conditions like U.S. and Canadian participation, a clearly defined agenda, and linkage to the MBFR negotiations; while seeking to balance Atlantic solidarity with a growing European identity. Finally, the article highlights how this period allowed Italy to consolidate its image as a proactive middle power within the emerging framework of European détente.
Keywords: CSCE; Italian foreign policy; détente
Abstract – Nella prima metà degli anni settanta, la rottura con l’Unione Sovietica aveva indotto i vertici della Repubblica Popolare Cinese a perseguire politiche commerciali per realizzare uno sviluppo economico indipendente. Stando alla documentazione disponibile, si comprende come la Gran Bretagna intendesse incrementare la propria quota di mercato cinese, oltre che migliorare le relazioni di Pechino con il resto del mondo attraverso l’arena delle Nazioni Unite. I cinesi non stavano più facendo pressioni per guidare la lotta rivoluzionaria globale; invece, sembrava che fossero ormai pronti a svolgere la propria parte nel mondo reale. In breve, il Dragone stava finalmente dimostrando flessibilità in politica estera, facendo proprio in tal modo un approccio da “Porta Aperta” che le potenze anglosassoni non potevano che apprezzare. Oltretutto, il gigante dell’Estremo Oriente stava anche infiltrandosi nelle crepe del diritto internazionale, come i negoziati sulla nuova legge dei mari. Ciò che si può facilmente desumere è che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite fosse diventata un forum del Terzo Mondo per accusare le superpotenze di depredare le nazioni in via di sviluppo. L’evoluzione della Guerra Fredda aveva fatto emergere la realtà dell’Estremo Oriente. I due colossi comunisti non erano affatto amici e la necessità di rompere l’isolamento, così come la ricerca di uno status globale, aveva spinto la Cina alla ricerca di mercati occidentali per contrastare ciò che era diventato il nemico comune, ma anche e soprattutto per acquisire tecnologia e competenze necessarie per competere con le potenze globali nel volgere di un quarto di secolo. In sostanza, il sistema stesso della Guerra Fredda nell’Asia-Pacifico era stato scosso fin dalle fondamenta, tanto che gli Stati Uniti incorporarono la Cina continentale nel proprio dispositivo di sicurezza regionale. Infine, il processo di decolonizzazione aveva formato nell’Assemblea Generale una maggioranza di attori del Terzo Mondo, che la Repubblica Popolare intendeva guidare contro l’egemonia delle superpotenze nelle regole internazionali. In virtù di ciò, la nuova legge dei mari era fonte di un dibattito acceso attraverso il quale i Paesi in via di sviluppo intendevano mettere in dubbio il potere marittimo di quelli più industrializzati.
Keywords: Gran Bretagna e mercato cinese; Mao e l’apertura agli Stati Uniti;
Potere marittimo e legge dei mari
Abstract – The article argues that the conflicts that have characterized the last twenty years—in particular the September 11, 2001 attacks and the invasion of Ukraine launched by the Russian Federation on February 24, 2022—can be regarded not only as a manifestation of general instability due to the advent of new forms of international violence and a shift in the balance of power, but also as a major challenge to the principles and institutional settings that have informed both the liberal international order and the Western regimes sitting at its core. Elaborating on this, the article discusses whether and to what extent these conflicts can be thought of as not (only) “systemic transformation”—that is, a process of redefining hierarchies (and hegemonies) within the international system—but rather a transformation of the system, insofar as the liberal and democratic principles and institutions that have increasingly informed the latter over the last hundred years had led to the emergence of a distinctive form of international system.
Keywords: sistema internazionale, ordine, democrazia
Abstract – Questo articolo esplora l’ipotesi che l’Europa possa sviluppare una dottrina della neutralità attiva come risposta strategica all’attuale transizione globale. Piuttosto che affermare l’esistenza di una tale dottrina, esso indaga le condizioni sotto le quali la neutralità potrebbe evolversi in un principio di mediazione capace di equilibrare i centri di potere globali. L’attuale transizione verso un sistema policentrico e multipolare mette in discussione i modelli tradizionali di alleanza, gerarchia e sovranità. All’interno di questo scenario in evoluzione, il concetto di neutralità – a lungo confinato a interpretazioni legalistiche o passive – può essere riconcepito come un principio strategico di mediazione ed equilibrio. L’articolo sviluppa la nozione di neutralità attiva, definita come una postura dinamica che combina autonomia strategica, impegno diplomatico e rispetto del pluralismo geopolitico. Concentrandosi sull’Europa, si sostiene che la storica subordinazione del continente al quadro atlantico ne limiti la capacità di azione indipendente, ma allo stesso tempo offra un’opportunità di rinnovamento. Facendo riferimento al diritto internazionale, ai documenti strategici dell’Unione Europea e al contesto eurasiatico emergente, il contributo delinea i fondamenti di una Dottrina Europea della Neutralità Attiva. Una tale dottrina consentirebbe all’Europa di agire come polo mediatore tra i centri di potere globali – atlantico, eurasiatico e meridionale – trasformando la neutralità da astensione a capacità d’azione. Collegando la sovranità all’equilibrio e il diritto alla cooperazione, la neutralità attiva emerge come una strategia al tempo stesso morale e geopolitica per la riemancipazione dell’Europa nel secolo multipolare.
Keywords: Active Neutrality, Strategic Autonomy, World Order.
Mikhail Minakov, War-Making and Autocratisation in Post-Soviet States, 1991-2025
Abstract – Nello spazio postsovietico, i conflitti persistenti sono coincisi con processi di costruzione statale diseguali e con l’ascesa dell’autocrazia. La teoria bellicista classica sostiene che la guerra possa rafforzare lo Stato, ma le esperienze di Russia, Azerbaigian, Abkhazia e Ucraina mostrano che il conflitto spesso indebolisce le istituzioni formali e accelera il personalismo. Attraverso un’analisi comparativa di due ondate di conflitti (quella dei primi anni Novanta e quella del XXI secolo), questo studio esamina come il fare la guerra consolidi il potere delle élite attraverso reti informali di tipo clientelare, a scapito dello sviluppo di istituzioni statali formali. L’analisi si fonda sulla teoria della politica patronale e sulle tipologie di regimi postcomunisti per dimostrare che, in questi casi, la guerra funge da catalizzatore per il dominio personalista. In Russia e in Azerbaigian, i conflitti hanno rafforzato autocrazie patronali centralizzate, mentre nella democrazia patronale ucraina e nella democrazia dei signori della guerra abkhaza, la guerra ha ostacolato la crescita istituzionale. I risultati suggeriscono che le guerre moderne nello spazio dell’ex Unione Sovietica hanno rafforzato la resilienza dei regimi attraverso l’informalizzazione e la coercizione, piuttosto che promuovere una capacità statale di tipo weberiano, indicando così la necessità di un perfezionamento della teoria della formazione dello Stato per spiegare questi esiti.
Keywords: Post-Soviet Space; War-Making; Patronal Autocracies
Abstract – Questo saggio esplora il concetto di male attraverso le prospettive filosofiche di Hans Jonas e Hannah Arendt. Inserendosi nel contesto storico della Seconda Guerra Mondiale e dei regimi totalitari, lo studio esamina come l’interpretazione di Jonas – radicata nella conoscenza spirituale antica e nell’interazione tra libertà umana e limite divino – contrasti con la nozione di male di Arendt, che emerge dalla mancanza di pensiero e dal fallimento sistemico. L’analisi indaga come entrambi i pensatori definiscano il male e la responsabilità, evidenziando che mentre Jonas lo vede come conseguenza di una libertà mal applicata, Arendt lo percepisce come derivante da una carenza di riflessione critica e da una debolezza intrinseca della natura umana. Il lavoro considera inoltre il ruolo dei media nella società contemporanea, sostenendo che i canali di comunicazione odierni contribuiscano a una forma di totalitarismo sociale. Diffondendo propaganda e plasmando l’opinione pubblica, i media possono distorcere i valori e perpetuare una realtà controllata che mina i principi democratici. Lo studio propone un quadro per la ricerca sul “male mediatico”, categorizzandolo in tre dimensioni: il merito intrinseco e il funzionamento dei messaggi mediatici, il ruolo degli individui come portatori di valori e l’impatto dei valori distorti sulla società. Questo quadro mira a orientare future indagini su come i media influenzino gli standard etici e morali nell’era digitale. In sintesi, il saggio dimostra che la convergenza delle intuizioni di Jonas e Arendt offre una base completa per comprendere la natura multidimensionale del male, sottolineando la duplice responsabilità di istituzioni e individui nel fronteggiare le sfide poste dagli sviluppi tecnologici e ideologici moderni.
Keywords: Digital Age; Media; Evil and Responsibility
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